Colonscopia Virtuale

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Carcinosi ovarica- forme secondarie PDF Stampa E-mail

Per quanto riguarda le carcinosi secondarie, come recidive di trattamenti per neoplasie allo stadio III o IV intraperitoneale, la responsabilità della ricomparsa della malattia a livello peritoneale va attribuita prevalentemente alla scarsa aggressività dei trattamenti standard. La citoriduzione associata al trattamento sistemico, come sopra esposto, non dimostra una efficacia sostanziale nel trattamento di queste forme e risulta  chiaro che i limiti di successo  corrispondono alla comparsa di una recidiva loco-regionale o distrettuale nel comparto anatomico rappresentato dalla cavità addomino-pelvica. La conformazione di questa recidiva è rappresentata sostanzialmente dalla carcinosi peritoneale nelle sue più svariate forme, associata nel 60% dei casi ad ascite (tabella).

carcinosi ovarica - forme secondarie

Nello standard il trattamento di queste forme è affidato ad un complesso di procedure che tendono a cronicizzare la malattia e a consentire una quanto più possibile lunga convivenza fra malattia e paziente piuttosto che a radicalizzare efficacemente la cura. Pertanto a deboli tentativi di chirurgia di salvataggio, rappresentata da stomie o tentativi di stomie a scopo decompressivo in caso di occlusioni\subocclusioni, stentaggio ureterale in caso di  steno-occlusione ureterale,  si associano più linee di chemioterapia sistemica,  che comportano  nella maggior parte dei casi risposte parziali e di relativa durata.

Ulteriori tentativi di trattamento prevedono la utilizzazione di chemioterapia intra-addominale iso o ipertermica, ipertermia esterna mediante radiofrequenza che non sono supportate da  trials specifici né hanno dimostrato risultati efficaci. Fa eccezione la chemioipertermia intraperitoneale, che sembra ridurre sensibilmente l’ascite.

Una valutazione complessiva di queste esperienze dimostra che a fronte di un relativo prolungamento della sopravvivenza, che fatalmente esita nel decesso per progressione della malattia, si verificano condizioni di qualità di vita significativamente scadenti, sia per effetto della continua e progressiva aggressione delle reiterate ed ineludibili chemioterapie, con fenomeni di tossicità rilevanti, sia per la comparsa di ascite e subocclusione che contribuiscono al peggioramento del quadro clinico della carcinosi.
   

In definitiva,  la carcinosi peritoneale da ca dell’ovaio rappresenta  uno degli aspetti più caratteristici e frequenti della malattia,  sia che compaia già alla prima valutazione della malattia sia che si presenti come recidiva o persistenza dopo trattamenti standard. La storia naturale della malattia ha dimostrato che la sopravvivenza nei casi affetti da carcinosi peritoneale non supera i 6 mesi dalla diagnosi  e che i trattamenti standard, rappresentati da citoriduzione chirurgica e CHT sistemica, non sono in grado di garantire sopravvivenze a lungo termine e qualità di vita soddisfacente.

I dati epidemiologici  confermano la difficoltà dei trattamenti standard a contrastare il carcinoma ovarico. Una rilevazione effettuata in Italia nel periodo 1993-1998 ha dimostrato che mediamente, ogni anno,  a fronte di 4800 nuovi casi di carcinoma ovarico diagnosticati, si osservano 3300 decessi, con un rapporto decessi/nuovi casi del 68,5% per anno. Questi dati dimostrano che gli standard terapeutici non sono in grado di fronteggiare efficacemente la malattia con performance che risultano lontane da altre comuni forme di cancro, come ad esempio il ca del colon retto, per il quale il rapporto decessi/nuovi casi si attesta intorno al   45,9% nello stesso periodo. Ulteriori elementi che dimostrano la  inefficacia dei trattamenti standard sta nella osservazione delle cause di decesso per le pazienti affette da ca ovarico. Una ricerca condotta negli USA ha dimostrato che l’80% dei decessi in pazienti trattate per ca dell’ovaio avviene esclusivamente per recidiva endoperitoneale della malattia, il 10% per recidiva endoperitoneale associata a metastasi extraperitoneali, e soltanto, il 10% per metastasi esclusivamente extraperitoneali.

carcinosi ovarica

Queste considerazioni hanno indotto alla necessità di verificare la possibilità di strategie alternative anche sulla base della osservazione che in pazienti affette da carcinosi peritoneali  la comparsa di metastasi a distanza, o comunque in sede extra-addominale, compare tardivamente, anche grazie alla efficacia dei trattamenti standard utilizzati attualmente, e che il decesso avviene per progressione locale, endoperitoneale della malattia, piuttosto che per  compromissione metastatica a distanza di organi vitali, quali polmone, fegato o cervello. Esiste un  lasso di tempo piuttosto lungo, reso tale anche dai normali trattamenti in uso, nel corso del quale è plausibile verificare la possibilità di mettere in atto procedure loco-regionali aggressive finalizzate ad un controllo locale della malattia. 

 
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