Carcinosi Peritoneale da Cancro dell'Ovaio Stampa


Nel mondo occidentale il carcinoma ovarico occupa mediamente la quinta posizione in ordine di incidenza nell’ambito delle malattie neoplastiche femminili e la quarta come causa di morte.
Il trattamento “ottimale”del cancro epiteliale dell’ovaio rappresenta nel suo complesso un problema ancora irrisolto in relazione  alle modalità di presentazione ed evoluzione della patologia e ai limiti dimostrati dai trattamenti in  uso.
All’atto della diagnosi e del primo trattamento, il carcinoma ovarico si presenta  in misura ridotta come forme localizzate e in stadi precoci (I e II), mentre  la maggioranza assoluta dei casi esordisce in stadi già avanzati di malattia.

La procedura standard di trattamento per gli stadi I e II, basata sulla chirurgia di exeresi che prevede l’isteroannessiectomia bilaterale, l’appendicectomia, l’omentectomia infracolica e la linfadenectomia iliaco-otturatoria  associata alla chemioterapia sistemica mediante platino e taxolo, comporta valori di sopravvivenza a distanza ancora insoddisfacenti, con  tassi di recidiva elevati e una media di sopravvivenza globale non superiore a 36 mesi.
Circa il 70% dei carcinomi dell’ovaio diagnosticati e trattati in prima istanza  risulta in uno stadio avanzato di malattia (stadio IIIc e IV), caratterizzata cioè da forme  di carcinosi con coinvolgimento più o meno marcato del peritoneo, presenza di metastasi linfonododali nelle stazioni loco-regionali oppure di metastasi ematogene  confinate al fegato (evenienza più rara).  L’adozione della chirurgia citoriduttiva (CRS), intesa come chirurgia di exeresi finalizzata alla asportazione della massima quantità di neoplasia possibile tecnicamente, associata alla cht sistemica  rappresenta lo standard maggiormente seguito nel trattamento di queste forme localmente avanzate. Nonostante il trattamento di chemioterapia sistemica di I linea associato alla chirurgia citoriduttiva sia gratificato da una elevata percentuale di risposta (70-80%) con significativi tassi di risposta completa, la percentuale di recidiva è elevata nel corso dei primi due anni  dopo il trattamento e comporta la comparsa di recidiva sia locale, sotto forma di carcinosi peritoneale, che a distanza, come metastasi polmonari ed epatiche o linfonodali ,mediastiniche , sopraclaveari o ascellari.

Sulla base di quanto sopra esposto si evince che soltanto il 30% circa dei tumori dell’ovaio sono trattati in stadi di malattia contenuti: I e II, mentre la stragrande maggioranza è trattata già in fase avanzata. La carcinosi peritoneale rappresenta il quadro più eclatante della diffusione loco-regionale della malattia e si evidenzia sia in forma primaria, cioè nei casi trattati in prima istanza per neoplasie allo stadio III  localmente avanzate, che in forma secondaria, cioè come recidiva di malattia in pazienti già trattate per neoplasie ovariche.