Risultati della peritonectomia con chemioipetermia intraoperatoria Stampa


L’utilizzazione della procedura di peritonectomia con chemioipetermia intraoperatoria nel trattamento della carcinosi ovarica ha avuto maggiore difficoltà ad essere introdotto nella pratica clinica rispetto alle altre forme di carcinosi, ed in particolare di quelle di origine colica e appendicolare. La ragione del ritardo è correlata principalmente alla resistenza degli oncologi e dei ginecologi oncologi, riluttanti a considerare trattamenti alternativi agli standard in particolare in relazione al successo, specialmente iniziale, attribuibile ai chemioterapici in uso, con particolare riferimento ai derivati del platino e del taxolo. La possibilità di accedere a più linee di trattamento e al successo, anche se parziale, che queste dimostrano in buona percentuale, rallentando il fatale decorso della malattia, hanno indotto e inducono ad una cautela se non ad una resistenza alla attuazione di una procedura come la peritonectomia associata alla chemioipetermia, che risulta complessa, costosa e correlata a rischi di complicanze ragionevolmente superiori rispetto ai trattamenti standard.
Tuttavia, proprio in relazione ai limiti dimostrati da questi trattamenti in relazione alla sopravvivenza e alla qualità di vita, hanno indotto un numero sempre maggiore di chirurghi e oncologi a percorrere questa nuova strada.

La sintesi delle esperienze finora riportate in letteratura è rappresentata nella tabella….
Ulteriori e maggiormente dettagliate informazioni, anche a favore di esperti, possono esser desunti dalle pubblicazioni originali, i cui riferimenti bibliografici sono integralmente riportati nel settore bibliografia.

HIPEC

I dati riportati nella tabella fanno riferimento alle casistiche più dettagliatamente descritte e sufficientemente confrontabili, pubblicate sulle riviste internazionali maggiormente accreditate.
Allo stato attuale l’entità dei casi riportati non supera i 300 con una media di casi trattati per singolo autore piuttosto bassa. Nel corso dei prossimi mesi, tuttavia, si assisterà ad un aumento dei reports in relazione alla progressiva diffusione della procedura per il crescente interesse che dimostra in ambito clinico.
Ulteriori approfondimenti sui risultati saranno apportati dagli stessi autori che già da tempo sono impegnati in queste ricerche e che avranno modo di poter utilizzare non solo casistiche maggiori ma anche dati di sopravvivenza maggiormente consolidati da più lunghi periodi di controllo delle pazienti operate.

Stando ai dati attualmente disponibili si possono evincere alcune conclusioni sia sui risultati immediati che su quelli a distanza.
Per quanto riguarda i primi, l’analisi complessiva delle complicanze e della mortalità operatoria dimostra che l’entità delle complicanze di grado I, cioè di quelle complicanze minori che sono superate con trattamenti esclusivamente di tipo medico si aggira intorno al 15-20%. Si tratta di complicanze lievi come la suppurazione delle ferite, la comparsa di versamento pleurico reattivo, tossicità da chemioterapico di grado lieve etc.
Per quanto riguarda le complicanze maggiori, quelle di grado II, che necessitano di trattamenti chirurgici o di radiologia interventistica o di ricoveri in Terapia Intensiva per essere risolti, i tassi si aggirano intorno al 15%.
Le complicanze di grado III, cioè quelle che corrispondono alla mortalità operatoria, si aggirano in media intorno al 3-4%.
Per quanto riguarda, quindi, i risultati immediati della procedura, l’entità delle complicanze maggiori e della mortalità operatoria è allo stato attuale complessivamente accettabile tenuto conto della invasività della procedura.


Per quanto riguarda i risultati a distanza, relativamente alla sopravvivenza la media varia da 28 a 45 mesi, con una media di sopravvivenza libera da malattia che varia da 10 a 27 mesi. 
Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dall’intervento corrisponde mediamente al 15%, con tendenza al miglioramento delle performances in relazione al prolungamento dei periodi di follow up in corso. Questi dati dimostrano incontrovertibilmente che la peritonectomia associata alla chemioipetermia intraoperatoria è l’unica procedura in grado di garantire sopravvivenze a lungo termine e comunque sopravvivenze non raggiungibili a seguito di trattamenti standard.

Per quanto riguarda valutazioni circa la qualità della vita va evidenziato che la letteratura è scarsa di riferimenti, anche se sono in corso studi che a breve cominceranno a fornire dati concreti. Tuttavia va considerato che la procedura è in grado di risolvere alcuni problemi clinici correlati alla carcinosi, che incidono significativamente sulla qualità di vita. In particolare si fa riferimento al fatto che in presenza di carcinosi si sviluppano ascite in oltre il 60% dei casi e occlusione\subocclusione in oltre il 35%. Il mixing di ascite e subocclusione comporta, se non efficacemente trattato, l’occlusione franca e difficoltà respiratorie non risolvibili con i comuni trattamenti, e destinate a produrre lunghi periodi di sofferenze prima dell’exitus. La procedura quando è portata a termine con ottimale tasso di citoriduzione è in grado di risolvere completamente sia l’ascite che l’occlusione. Inoltre, anche quando la citoriduzione è incompleta e comunque è stato possibile effettuare la chemioipetermia, anche se a carattere palliativo, l’effetto sull’ascite è rilevante; infatti, in questi casi l’ascite scompare in circa il 90% dei casi.